MOGO, Milano: un hi-fi bar dove cibo, suono e design parlano la stessa lingua

C’è un fenomeno che si stava consumando sottovoce nei vicoli di Tokyo e che ora, con la lentezza inesorabile delle cose destinate a durare, sta conquistando le capitali del design mondiale. Il listening bar — quella forma di socialità lenta e profonda nata dalla cultura giapponese dei Jazz Kissa — è arrivato a Milano. E lo ha fatto con la precisione di chi non vuole passare inosservato.

Photo / Vittorio La Fata

MOGO apre nel quartiere Isola con un progetto firmato Giorgia Longoni Studio e una visione che mette insieme nomi di rilievo: lo chef Yoji Tokuyoshi, già noto per Bentoteca e Pan, i curatori musicali Polifonic e Burro Studio Records. Non un semplice locale con buone casse. Un’esperienza composta con la cura di una partitura.

Photo / Vittorio La Fata
Photo / Vittorio La Fata

Giorgia Longoni costruisce lo spazio su una tensione precisa: nostalgia mid-century e wabi-sabi industriale. Due anime apparentemente distanti che qui convivono con naturalezza, come un vinile che non ti aspetti e che non riesci a smettere di ascoltare.

Il soffitto a griglia luminosa governa l’umore della sala: freddo e nitido di giorno, con quella grazia retrò-futurista degli interni corporate degli anni Sessanta; ambrato e avvolgente di notte, capace di mutare con il ritmo della musica. I condotti a vista e le travi in cemento grezzo introducono un bordo brutalista, bilanciato dalla vivacità del pavimento azzurro e dai sedili in velluto terracotta — un gioco cromatico che scalda senza ammorbidire.

Photo / Vittorio La Fata

Photo / Vittorio La Fata

A completare la stratificazione materica, una serie di arazzi realizzati su misura dall’artista italo-sudafricano Andrea Marco Corvino. Appesi alle pareti in cemento, i loro mondi di surrealismo folklorico parlano di meticciato culturale e memoria ancestrale — e non per caso. MOGO prende il nome dal termine Sotho sudafricano Mmogo, che significa “insieme”: una filosofia che permea ogni angolo del locale.

Al centro della sala, il banco bar a 360 gradi organizza lo spazio e la socialità. Ma è la cabina del DJ a definire l’identità del locale: rivestita in legno bruno, si staglia contro un mobile integrato della stessa essenza, che ospita una coppia di altoparlanti in acciaio inossidabile lucidato, realizzati a mano da H.A.N.D. Hi-Fi e Sound Metaphors. Sopra, sospesi dal soffitto, altri diffusori rivestiti in radica di noce fumé amplificano non solo il suono, ma l’intera atmosfera della sala.

Photo / Vittorio La Fata
Photo / Vittorio La Fata
Photo / Vittorio La Fata
Photo / Vittorio La Fata

La direzione culinaria di Yoji Tokuyoshi porta in tavola quella stessa ibridazione che caratterizza l’intero progetto. La sua cucina è un remix di classici izakaya e influenze globali — autentica, giocosa, concepita per essere condivisa. Un menu che si ascolta come si ascolta la musica: con attenzione, con piacere, senza fretta.

Chef Yoji Tokuyoshi. Photo / Paolo Silvestri.
Photo / Paolo Silvestri

Il programma bevande è forse dove MOGO esprime il suo carattere con maggiore libertà: classici impeccabilmente bilanciati, signature drink che pescano ingredienti da ogni latitudine, una selezione di whisky giapponesi, mezcal in edizione limitata e vini naturali che soddisfa tanto il conoscitore quanto il curioso.

Photo / Paolo Silvestri

In una Milano dove design e suono procedono sempre più a braccetto, MOGO si presenta come qualcosa di più di un nuovo indirizzo. È un rifugio, una vetrina, un playground sensoriale. E colpisce tutte le note giuste.

Photo / Paolo Silvestri

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