
C’è una domanda che attraversa, sotto traccia, ogni progetto di interior dedicato al food retail contemporaneo: come si trasforma un format senza disperderne l’identità? Studio wok — fondato a Milano da Marcello Bondavalli, Nicola Brenna e Carlo Alberto Tagliabue — risponde con PAN deli, secondo capitolo del percorso iniziato nel 2023 con il primo PAN. Il nuovo locale si insedia all’interno di Pirelli 35, l’edificio firmato dallo studio norvegese Snøhetta in collaborazione con Park Associati: un contesto urbano denso, contemporaneo, che impone al progetto una postura precisa.


L’esigenza dichiarata dagli architetti è netta: mantenere intatta la leggerezza sospesa identitaria di PAN senza scivolare nell’imitazione del primo locale. È una premessa che orienta il progetto verso un approccio dichiarativo più che mimetico, in cui la continuità con il PAN originario non si gioca sulla replica di stilemi ma sulla coerenza di un linguaggio.


Il concept si articola attraverso l’innesto di tre piccole architetture che modulano lo spazio in differenti ambiti d’uso. All’ingresso, il bancone agisce da cuore pulsante e da punto di riferimento visivo costante. Il suo rivestimento in pannelli di grigliato di vetroresina si fonde con la matericità del cemento levigato del pavimento — realizzato da 70 Materia, che firma anche gli elementi custom — in un dialogo tra trasparenza e massa, ancoraggio e sospensione.
A contrappuntare il bancone, i fondali in multistrato di betulla scompongono lo spazio unitario preservando un’idea di continuità. Sono quinte volumetriche che diventano arredo: accolgono una lunga panca, si fanno supporto espositivo, ospitano un inserto metallico che si trasforma in maniglia per la porta dei servizi. Una grammatica essenziale che fa del dettaglio costruttivo un elemento narrativo.


La zona destinata alla sosta vira verso una dimensione più raccolta, ed è qui che il progetto compie un gesto preciso: un sistema di illuminazione site specific — sviluppato con Egoluce, che firma anche le lampade custom — rievoca i noren, le tende tradizionali giapponesi che separano gli spazi senza chiuderli. Un riferimento che non scade nell’esotismo ma che lavora come dispositivo spaziale, definendo l’area pensata per un consumo lento e consapevole.





Come nel primo PAN, i rimandi alla cultura nipponica restano sottili e mai letterali. È una scelta editoriale, prima ancora che progettuale: il Giappone non viene citato per immagini ma per disciplina — la qualità dei materiali, la precisione del dettaglio, il rispetto del rituale quotidiano. Una lettura che dialoga con la tradizione milanese del progetto totale, dove ogni componente — dalle sedie e dai tavoli Aroma di Zilio, alle rubinetterie Quadro — concorre a un’unica visione.
Il risultato è uno spazio-soglia in cui l’architettura si pone al servizio di un rituale quotidiano rinnovato. Una proposta che ha il merito di non confondere la cura con la spettacolarizzazione, e che restituisce al deli di quartiere — categoria spesso sacrificata all’efficienza — la dignità di un luogo progettato.


